Dalle serate trascorse nel garage del Nucleo Radiomobile di Viterbo al restauro della 75 più longeva al mondo. Il racconto di Giovanni Conti, che ha trasformato un ricordo d’infanzia in una missione di vita.
di Giovanni Conti

La mia passione per il mondo Alfa Romeo non è nata sfogliando una rivista o visitando un salone dell’auto. È nata nel freddo inverno del 1998, a Viterbo, quando avevo solo tre anni. Mio padre, appuntato dell’Arma e autista presso il Nucleo Radiomobile, mi mise per la prima volta a bordo di una Alfa Romeo 75 con la livrea istituzionale.
Quella vettura, targata EI221CV, non era un’auto qualunque: la sorte volle che fosse proprio l’esemplare utilizzato nelle prime stagioni della celebre serie TV “Il Maresciallo Rocca”. Ma per me, in quel momento, era semplicemente il luogo dei sogni. Ricordo ancora nitidamente l’odore della pelle degli stivali di mio padre, sempre lucidi, mescolato a quello inconfondibile dei sedili e della radio di bordo. Suoni e profumi che, per un bambino, sapevano di avventura e di eroismo quotidiano.
Il rito del “Turno 19”: l’inizio del servizio
Crescere in caserma significava vivere ritmi precisi. Spesso accompagnavo papà quando si preparava per il turno serale, quello che andava dalle 19:00 alle 01:00. Scendevamo le scale verso i garage, dove le autoradio riposavano in fila, pulitissime, nel silenzio della penombra.
Il rito era sacro: controllo dei livelli, acqua, olio. Poi arrivava il mio momento preferito: l’accensione dei dispositivi. Quando i lampeggiatori blu squarciavano il buio del garage, per me era pura magia. Si avviava il motore 1.800 con l’aiuto dell’aria, si accendeva la radio OTE in gamma 400 e, premendo il “tasto 6”, ci si agganciava alla Centrale Operativa. Quel gracchiante “Agganciato” di mio padre segnava l’inizio di tutto.
Mentre i colleghi montanti caricavano i giubbotti antiproiettile e i mitra M12, c’era sempre qualcuno che scherzava:
“Peppino, ti sei portato l’aiutante?”.
Mio padre, con un sorriso quasi imbarazzato, rispondeva che non poteva fare altrimenti. Poi mi guardava e diceva:
“Giovanni, sali e mettiti accucciato dietro, andiamo dalla mamma”.

Quella nuvola di fumo e il posteriore che si abbassa
Il tragitto dalla caserma alla scuola dove lavorava mia madre era il mio momento di gloria. Seduto sul sedile posteriore della Gazzella, ascoltavo il rombo del bialbero Alfa e i “miagolii” della radio mentre la città iniziava a vivere la sua vita notturna.
Arrivati a destinazione, scendevo fiero sotto gli occhi degli studenti di mamma. Prima di ripartire, vedevo l’Alfa 75 allontanarsi: il posteriore che si schiacciava a terra sotto la spinta della trazione posteriore e quell’onnipresente nuvola di fumo che accompagnava ogni accelerata decisa. Un’immagine che mi è rimasta impressa nel cuore per vent’anni.
Dal monitor alla realtà: il ritrovamento
Passano gli anni, ma il legame con quella vettura non svanisce. Inizio a collezionare spezzoni del Maresciallo Rocca su YouTube, creando un canale dedicato. È proprio grazie a questa visibilità che nel 2018 arriva la svolta: un ragazzo mi contatta dicendomi di avere un’Alfa 75 dei Carabinieri da vendere.
Nonostante le condizioni fossero pietose – l’auto era letteralmente divorata dalla ruggine – risposi subito di sì. Per molti era un rottame da buttare, per me era il pezzo di puzzle mancante della mia vita.
Un restauro lungo cinque anni
Il restauro è stato un calvario d’amore durato cinque anni. Ho lavorato fianco a fianco con tecnici specializzati, spesso facendo turni di 14 ore, investendo ogni risparmio e ogni energia. Volevo che tornasse a splendere “come Dio comanda”.
La soddisfazione più grande? Il primo viaggio post-restauro: 1.200 km da casa fino a Palermo, per partecipare a un raduno di auto storiche in divisa. Vedere quella 75 solcare le strade della mia Sicilia a 27 anni, dopo averla sognata da quando ne avevo tre, è stato un traguardo indescrivibile.

Un primato mondiale
Oggi, grazie ai documenti ASI e al certificato d’origine della casa madre, ho scoperto che la mia 75 è la più longeva al mondo tra quelle appartenute all’Arma. Un primato che ripaga ogni goccia di sudore.
Oggi frequento manifestazioni in tutta Italia, incontro appassionati e colleghi, e ogni volta che accendo i lampeggiatori o sento il rombo del motore, torno quel bambino con i ricci in testa che guardava il papà con ammirazione. Perché, in fondo, nel mondo del collezionismo l’unicità paga sempre, ma è l’emozione a guidare davvero la vettura.
Ti è piaciuta questa storia? Se possiedi un’auto con un passato istituzionale o hai affrontato un restauro impossibile, raccontacelo nei commenti o inviaci la tua storia a vintaagecar@gmail.com !
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